Dal "Born to be licked" al femminicidio di Faido: «È un'emergenza sociale»

Il collettivo "Io l’8 ogni giorno" chiede un cambiamento culturale e strumenti di protezione più efficaci per le donne. Oltre al caso delle magliette a Caslano, è emerso anche un episodio avvenuto in una gelateria a Bellinzona.
Il collettivo "Io l’8 ogni giorno" chiede un cambiamento culturale e strumenti di protezione più efficaci per le donne. Oltre al caso delle magliette a Caslano, è emerso anche un episodio avvenuto in una gelateria a Bellinzona.
BELLINZONA - Il femminicidio avvenuto lo scorso 9 luglio a Faido, dove l’ex marito ha ucciso una donna di 56 anni, riporta al centro dell’attenzione pubblica e mediatica il tema della violenza contro le donne e la necessità di affrontarlo come un fenomeno strutturale.
Dall’inizio del 2026, in Svizzera sono già stati registrati 17 femminicidi, tre dei quali in Ticino. Per questo, questa sera alle 18 in piazza Simen a Bellinzona si terrà un presidio femminista organizzato dal collettivo Io l’8 ogni giorno, che chiede una risposta immediata da parte della politica. E il luogo non è casuale: la manifestazione inizierà nei pressi della panchina rossa contro la violenza domestica installata dalla Città nel novembre 2024.
«Siamo di fronte a un’emergenza sociale», ci spiega Angelica Lepori del collettivo Io l’8 ogni giorno. «Il femminicidio è la punta dell’iceberg di molte altre forme di violenza che si sviluppano all’interno delle relazioni, ed è fondamentale sottolinearlo».
Perché è importante parlare di “femminicidio” e non semplicemente di omicidio?
«È importante usare questo termine quando una donna viene uccisa in quanto tale, spesso nel momento in cui sceglie di autodeterminarsi. Questa parola evidenzia la natura strutturale della violenza: non si tratta di episodi isolati o di “drammi passionali”, ma di un fenomeno radicato in dinamiche di potere. Il femminicidio rappresenta l’espressione più estrema di una violenza che si manifesta in molte altre forme».
Quindi il linguaggio ha un peso reale?
«Sì, perché contribuisce a determinare il modo in cui interpretiamo questi fenomeni. Parlare di “amore” o “gelosia” rischia di banalizzare la violenza. Anche battute o messaggi apparentemente innocui creano un sottofondo culturale che normalizza il controllo e la disparità».
Qual è il ruolo dei media nel racconto dei femminicidi? E cosa ritiene il collettivo che non abbia funzionato nell’ultimo caso? «Nel caso più recente c’è stato un passo avanti: molti media hanno utilizzato il termine femminicidio, evitando espressioni come “raptus” o “follia d’amore”. Tuttavia, l’attenzione si è rapidamente spostata su aspetti più sensazionalistici, lasciando in secondo piano la storia della vittima. C’è il rischio di assuefazione: si riconosce il fenomeno, ma lo si tratta come qualcosa che “capita”».
In che modo il sessismo quotidiano contribuisce a creare il terreno su cui si sviluppa la violenza di genere? Nel vostro comunicato citate due casi: le magliette al lido di Caslano e un episodio in una gelateria di Bellinzona.
«Esiste ancora una cultura diffusa fatta di stereotipi su uomini e donne, che influenzano comportamenti e aspettative. Anche battute e messaggi apparentemente leggeri rafforzano queste dinamiche. Negli ultimi anni sono stati fatti passi avanti, ma non spontaneamente: sono il risultato dell’impegno di movimenti, associazioni e donne che hanno mantenuto alta l’attenzione sul tema. Come a Caslano, anche in una gelateria di Bellinzona sono state segnalate magliette di cattivo gusto con la scritta "Born to be licked" (ndr: nato/a per essere leccato/a)».
Cosa risponde a chi dice che “sono solo battute”?
«È un modo per banalizzare qualcosa che non lo è. Possono far ridere qualcuno, ma non la maggior parte delle persone. Su certi temi non si scherza. Oggi, ad esempio, le battute razziste sono giustamente meno tollerate: dovrebbe accadere lo stesso per quelle sessiste».
Le vostre richieste sono molto concrete: ce n’è una più urgente da attuare subito?
«Per quanto riguarda le rivendicazioni, il Ticino - come la Svizzera in generale - è al di sotto delle raccomandazioni della Convenzione di Istanbul per numero di posti nelle strutture di protezione. Un recente rapporto delle case protette lo conferma. È quindi necessario potenziare il sistema: aumentare i posti disponibili, rafforzare i servizi e ampliare i luoghi a cui le donne possono rivolgersi per ottenere aiuto, consulenza e sostegno. L’introduzione del numero 142 è un passo avanti, anche perché era una richiesta avanzata da tempo. Tuttavia, è ancora presto per trarre un bilancio: il numero di chiamate è elevato, ma resta da capire quale risposta venga fornita. Alcune esperienze raccolte indicano una soddisfazione non sempre piena, ma servirà più tempo per una valutazione complessiva».
E sul tema del braccialetto elettronico?
«Oggi il controllo è spesso passivo: si verifica dopo. Serve invece una sorveglianza attiva. E andrebbe affiancata da strumenti per le vittime, che possano chiedere aiuto immediatamente in caso di pericolo».
Le richieste del collettivo:
- Riconoscere pubblicamente i femminicidi come tali, senza minimizzazioni mediatiche o linguistiche.
- Aumentare le risorse per la protezione delle donne, con particolare attenzione ai momenti di separazione.
- Rafforzare la prevenzione attraverso formazione obbligatoria per personale sanitario, sociale, scolastico e di polizia.
- Garantire interventi tempestivi tramite valutazioni del rischio più efficaci e coordinamento tra istituzioni.
- Aumentare i posti nelle case di protezione e i finanziamenti alle strutture che si impegnano nella protezione e prevenzione.
- Introdurre il braccialetto d’aiuto uno strumento semplice e immediato per chiedere aiuto in situazioni di pericolo.
- Sviluppare campagne pubbliche contro il sessismo e la violenza in tutti i luoghi, con particolare attenzione ai grandi eventi estivi.




