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«Questo Lugano non può più nascondersi»

Angelo Renzetti racconta le emozioni dell'esordio nella nuova casa, analizza la rosa e spiega perché il Lugano può continuare a crescere.
«Questo Lugano non può più nascondersi»
Ti-Press
«Questo Lugano non può più nascondersi»
Angelo Renzetti racconta le emozioni dell'esordio nella nuova casa, analizza la rosa e spiega perché il Lugano può continuare a crescere.
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LUGANO - Domani, giovedì 23 luglio, il Lugano inaugurerà ufficialmente la sua stagione. I bianconeri debutteranno nella nuovissima AIL Arena ospitando i kosovari del KF Dukagjini (calcio d'inizio alle 20.30) nel Q2 di Conference League, in una serata destinata a entrare nella storia del club.

In vista dell'esordio nella nuova Arena abbiamo sentito Angelo Renzetti, ex presidente del FC Lugano e oggi tifoso bianconero. Durante i suoi anni alla guida della società il 72enne è stato infatti uno dei principali sostenitori del progetto del nuovo stadio, ritenuto da sempre fondamentale per il futuro del club. «Ho creduto fin dall'inizio in quest'opera, perché rappresenta una condizione indispensabile per garantire la crescita e la sopravvivenza del Lugano ad alti livelli. E sì, giovedì sarò allo stadio: paradossalmente non l'ho ancora visitato».

Inizia una nuova stagione. Con quali sensazioni si avvicina all'esordio?
«Sono moderatamente ottimista. La squadra è cambiata poco rispetto alla scorsa stagione e alcuni giocatori importanti, come Mahou e Bottani, sono stati sostituiti da due giovani sudamericani di prospettiva (Moncada e Bechkam Castro, ndr). Credo però che manchi ancora un centrocampista con le caratteristiche di Belhadj, giocatore che faceva un lavoro oscuro, ma preziosissimo sul piano fisico e tattico. Se arriverà anche quel tassello, il Lugano potrà fare una buona stagione».

La società ha fissato obiettivi ambiziosi: vincere la Coppa Svizzera, qualificarsi al Championship Group e tornare nella fase a gruppi in Europa). Condivide questa linea?
«Gli obiettivi, spesso, sono più un tema giornalistico che sportivo. All'inizio dell'anno tutti puntano al massimo. Le squadre con maggiore blasone, come Young Boys e Basilea, partono per vincere il campionato e andare lontano in Coppa. Il Lugano, dopo le ultime stagioni, non può più nascondersi. Detto questo, il calcio è pieno di variabili: infortuni, dinamiche di spogliatoio e sorprese come quella del Thun nella scorsa stagione possono cambiare completamente il corso di un campionato».

Che giudizio dà alla rosa? Serve ancora qualcosa per compiere un ulteriore salto di qualità?
«La difesa mi sembra il reparto più completo e rodato. A centrocampo e in attacco, invece, servono ancora un paio di innesti per aumentare la profondità della rosa. Con tre competizioni da affrontare, avere alternative di livello sarà fondamentale».

L'AIL Arena è una vera gemma: può diventare un valore aggiunto?
«Ne sono convinto. Ho sempre considerato il nuovo stadio la chiave per il futuro del Lugano. Non è solo una questione sportiva, ma anche economica e di immagine. Credo che, con il tempo, non soltanto i luganesi ma tutto il Ticino capirà cosa significa vivere una partita in un impianto moderno, accogliente e pensato per offrire un'esperienza completa, prima, durante e dopo il match».

Come viveva personalmente la vigilia di una nuova stagione quando era presidente?
«Chi mi conosce sa che, oltre alle continue preoccupazioni per far quadrare i bilanci, la mia vera passione era costruire la squadra. Già al termine del campionato iniziavo a disegnare sui miei fogli la formazione ideale, annotando chi confermare, chi sostituire e quali profili cercare sul mercato. E andavo così per tutta l'estate. Poi, naturalmente, era il campo a dire se il lavoro svolto con i pochi mezzi a disposizione fosse stato quello giusto».

Le manca quel ruolo od oggi riesce a godersi il Lugano da semplice tifoso?
«Da quando ho lasciato la dirigenza credo di aver guadagnato qualche anno di vita... Le emozioni del campo, però, mi mancano ancora. Da tifoso le vivo comunque con intensità, ma fare il presidente è un'altra cosa».

Un'ultima domanda sui Mondiali. Si è divertito con la Svizzera?
«Sì, mi ha convinto soprattutto per lo spirito di squadra e per l'atteggiamento mostrato, sia dal punto di vista tattico sia sotto il profilo agonistico. Se questi Mondiali ci hanno insegnato qualcosa è che i grandi campioni possono decidere una partita, ma sono i gruppi uniti e compatti a vincere i campionati e i grandi tornei».

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