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SVIZZERA

Nuovi dazi all'orizzonte... chi ha paura del cappellino di Parmelin?

Berna in allerta in vista dello scadere dell'attuale tariffa del 10% sulle importazioni di prodotti svizzeri negli USA. Ma tutto dipenderà da «come si sveglia Trump».
Nuovi dazi all'orizzonte... chi ha paura del cappellino di Parmelin?
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Nuovi dazi all'orizzonte... chi ha paura del cappellino di Parmelin?
Berna in allerta in vista dello scadere dell'attuale tariffa del 10% sulle importazioni di prodotti svizzeri negli USA. Ma tutto dipenderà da «come si sveglia Trump».

BERNA - Alta tensione a Berna. Questo venerdì scade il periodo di validità di 150 giorni della legge statunitense che oggi fissa al 10% i dazi sulle importazioni dalla Svizzera. Il dopo è incerto. E secondo diversi economisti, l’amministrazione Trump potrebbe introdurre un’ulteriore 12,5% per Paesi come la Svizzera, ritenuti insufficientemente incisivi nel frenare il commercio di beni prodotti attraverso lavoro minorile e forzato.

Il dossier tiene Palazzo federale in allerta anche in piena pausa estiva. Un anno fa, infatti, dopo una telefonata tra Trump e l’allora presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter, i dazi schizzarono improvvisamente al 39%.

Berna, nel frattempo, ha fatto sapere a Washington che si aspetta il rispetto del tetto tariffario del 15%, ha dichiarato a Keystone-ATS Markus Spoerndli, portavoce del Dipartimento federale dell'economia, della formazione e della ricerca (DEFR). Tale aliquota era stata concordata nella dichiarazione d'intenti comune del 14 novembre 2025. Inoltre, la Svizzera continua a respingere le insinuazioni relative all'inazione rispetto alla lotta contro il lavoro forzato, definita da Swissmem «un'accusa assurda».

Si va al 22,5%?
Per il consigliere nazionale Nik Gugger (EVP) lo scenario più probabile è un’aliquota complessiva del 22,5%: ai 10 punti attuali Trump potrebbe aggiungere un 12,5% a causa della presunta mancanza di misure contro il lavoro forzato. Ma, avverte, tutto dipenderà da come si sveglierà quel giorno il presidente americano: «Potrebbero anche tornare arbitrariamente al 35%».

«Un cappellino non negozia i dazi»
Ma quanto potrebbe incidere il capellino indossato da Guy Parmelin in occasione dei mondiali di calcio, che sostituiva lo slogan di Trump "Make America Great Again" con "Switzerland great since 1291"?

«Un cappellino non negozia i dazi», sottolinea. «La politica simbolica non sostituisce i risultati. La Svizzera ha bisogno di un accordo che protegga la nostra economia».

Aggiuntiva Roland Rino Büchel, dell'UDC, pensa invece a un 12,5%. «Con questa farsa del lavoro forzato, gli americani sono riusciti a creare una base giuridica per dazi supplementari», afferma.

«Ci vuole un "I love Fifa"»
Non crede però che il cappellino di Parmelin possa avere un impatto sulla decisione. «Mi sono procurato anch’io un cappellino del genere. Ma solo perché lui e io indossiamo questo capellino, le tariffe doganali non aumenteranno né diminuiranno». Forse sarebbe d’aiuto, continua scherzando, «se Karin Keller-Sutter si presentasse con un cappellino “Make America Great Again” o Alain Berset con un modello con la scritta “I love Fifa”».

Trump l'imprevedibile
Il presidente Trump è «decisamente troppo imprevedibile per poter formulare previsioni ragionevoli», afferma dal canto suo il consigliere nazionale del PS Jon Pult. «Agisce in modo arbitrario, ricattatorio, spesso illegale»-

Tuttavia, anche lui è convinto che il cappellino sia «irrilevante». Secondo Pult, sarebbe invece rilevante «avere una strategia di alleanza». Secondo lui, infatti, il Consiglio federale avrebbe stabilito la priorità sbagliata, e dovrebbe impiegare la diplomazia svizzera per rafforzare i legami con l'UE «anziché corteggiare l’aspirante autocrate alla Casa Bianca».

A fine giugno a Washington, Parmelin ha incontrato il rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti Jamieson Greer. In quell’occasione la Svizzera ha prospettato unilateralmente ulteriori concessioni, ad esempio per quanto concerne l’importazione di automobili statunitensi. Alcuni giorni dopo, Greer ha affermato che la Svizzera sta facendo «molte cose nel modo giusto».

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